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Dossier F1 1982 (4^ puntata) - C’eravamo tanto amati: Pironi e la Ferrari, un sodalizio a strapiombo sulla gloria | Motor Inside

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Dossier F1 1982 (4^ puntata) - C’eravamo tanto amati: Pironi e la Ferrari, un sodalizio a strapiombo sulla gloria

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Dossier F1 1982 (4^ puntata) - C’eravamo tanto amati: Pironi e la Ferrari, un sodalizio a strapiombo sulla gloria
Rubrica: Giov, 09/08/2012

La Ferrari di Pironi verso il titolo”, vaticina a tutta pagina Stampa Sera in un articolo di sabato 7 agosto 1982 pubblicato nella sezione sport a firma Cristiano Chiavegato. “Pironi ha messo a punto la sua macchina in maniera perfetta e ieri ha ottenuto un tempo che ha sbalordito tutti: nove decimi di distacco al più veloce degli inseguitori, Prost con la Renault”. Il dramma si consumerà quello stesso giorno a Hockenheim, in Germania, con le rotative già impazienti di sfornare l’edizione successiva. Peccato che i lettori non possano trovarvi la notizia del terzo successo stagionale del paffuto Didì, vittorioso a Imola il 25 aprile e a Zandvoort il 3 luglio, complice il rovinoso tamponamento inflitto in prova dal pilota francese alla vettura del connazionale Prost quando sul circuito tedesco la pioggia stava impietosamente costruendo il futuro di alcuni protagonisti del Mondiale F1 tanto da favorire l’impatto della Ferrari 126 C2 numero 28 con la Renault di Alain impegnata a procedere guardinga tra le nuvole d’acqua del Baden-Württemberg. Pironi, vale la pena ricordarlo, volava nel bagnatissimo Motodrom intento a soppesare la bontà di un treno sperimentale di pneumatici Goodyear montati dalla crew di meccanici.

L’ennesimo colpo di scena ordito da un campionato strano e maledetto che nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio a Zolder aveva preteso di riavere indietro la febbrile esistenza di Gilles Villeneuve, atterrato contro le reti di protezione dopo il malaugurato contatto rimediato con la March di Jochen Mass. Risultato: canadese ucciso e fiato alle trombe delle polemiche a causa della lite dei ferraristi Villeneuve e Pironi esplosa due settimane prima a San Marino senza che il Drake riuscisse a ricucire lo strappo. Un altro mese di fittizia quiete salvo poi scoprire che Riccardo Paletti, giovane esordiente dell’Osella, era destinato a terminare la propria vita allo start di Montreal contro il retrotreno della 126 C2 di Pironi. Sempre più leader in classifica generale, vedi l’investitura iridata ricevuta nel Gran Premio d’Olanda, evaporata all’improvviso nell’uggiosa Hockenheim, per intenderci il tracciato ‘vero’ da quasi sette chilometri e sedici curve, nonostante la pole position sistemata in cassaforte per la gara della domenica e la (relativa) sicurezza garantita da una corsa di 45 giri tutta da amministrare.

In data 8 agosto il parigino Patrick Tambay, non ancora debilitato dai problemi alla schiena che lo terranno giocoforza lontano dalla Ferrari ex Gilles e dalla rincorsa verso un improbabile titolo al volante della Rossa di Maranello, solleva la coppa del vincitore precedendo allo sventolare della bandiera a scacchi la Renault di René Arnoux e la Williams del sornione Keke Rosberg, campione del mondo nella ‘finale’ di Las Vegas a settembre. Il Gran Premio di Germania di Prost, il birillo inconsapevole centrato dal talento e dalla foga cristallina di Pironi, tradito dalla visibilità pressoché nulla e dall’esigenza di sorpassare l’altra Williams di Derek Daly, è finito in quattordici tornate per un guasto di natura meccanica. I vertici del Cavallino faticano a consolarsi sapendo di avere Didier, lanciato in direzione iride a circa tre mesi dal crash fatale occorso a Villeneuve, ridotto in un letto della clinica universitaria dell’antica Heidelberg, là dove scorre il fiume Neckar, con la locale équipe medica consacrata a limitare il più possibile i gravi danni subiti dal trentenne driver nativo di Villecresnes, regione dell’Île-de-France, che pure denunciava chiare origini italiane. I primi dispacci d’agenzia parlano di gambe martoriate, braccio fratturato, setto nasale incrinato e conseguente trauma cranico. L’unica fortuna è che il professor Letournel, pur tra le atroci sofferenze fisiche e psicologiche del ferrarista, riesce nell’impresa di restituire a Didier la funzionalità degli arti inferiori grazie a una serie di operazioni chirurgiche capaci di lasciare intravedere al transalpino la chance di un ritorno in F1.

Se Pironi deciderà di riprendere con le corse, per lui ci sarà sempre una Ferrari pronta”. E’ questo il sunto del discorso di patron Enzo, tragicamente segnato dalla perdita di Villeneuve e dal decisivo infortunio di Didier, immolatosi anch’egli in un incidente troppo simile nella dinamica a quello di Gilles. Trascorrono un paio d’anni e nell’entourage del Commendatore si comincia ad affrontare l’argomento di un eventuale reintegro del francese, almeno nelle vesti di tester, sebbene a Maranello sia già iniziata l’era di Arnoux e Alboreto. Un fuoco di paglia. Un paio di tentativi su AGS e Ligier sono sufficienti a Didì, nomignolo affibbiatogli dal Drake in persona, per comprendere che il capitolo della massima formula non potrà più essere recuperato.

Ad attenderlo c’è la nuova sfida della motonautica, l’appuntamento stavolta non più procrastinabile con la morte il 23 agosto 1987 al largo dell’isola di Wight, nel canale della Manica, e la nascita di due gemelli, che lui non conoscerà mai, ai quali verranno iconicamente attribuiti i nomi di Gilles e Didier. Amici e colleghi rispettosi l’uno dell’altro prima dei fatti di Imola, rivali dentro e fuori dalle piste all’indomani dell’infuocato Gran Premio di San Marino. Un esacerbato dualismo durato troppo poco nella sua penetrante e maschia intensità, forse persino alimentato dalle lapalissiane differenze caratteriali di due personaggi che amavano punzecchiarsi a vicenda fino all’incomprensibile epilogo del 25 aprile ’82 sulle rive del Santerno.

Ci fu una svirgolata in una curva sinistrorsa, un’esitazione del compagno di squadra che Didier colse come un segnale di difficoltà. Si sentì autorizzato a superare Gilles e decise così di passare al comando”. Nel cruento 1982 Marco Piccinini è il direttore sportivo della Scuderia Ferrari. Romano di nascita trapiantato da decenni nel Principato di Monaco, il diesse del Cavallino assolve la manovra di Pironi a Imola in un’intervista al settimanale Autosprint dell’agosto 2007. Secondo la lettura proposta da Piccinini, dunque, il pilota francese avrebbe interpretato una millimetrica titubanza di Villeneuve, che dopo aver supportato Jody Scheckter nella conquista del titolo 1979 riteneva di essere il predestinato a guidare l’assalto delle Rosse di Maranello, alla stregua di un’opportunità da sfruttare per imporsi in uno dei due Gran Premi di casa della Ferrari.

Cresciuto nella cornice ovattata di una famiglia benestante con appartamento a Parigi e villa delle vacanze sotto il sole di Saint-Tropez, il biondo Pironi, le cui nozze civili con Catherine Bleynie si celebrarono nella primavera del 1982 davanti al futuro presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy, manifestò la convinzione di non avere defraudato Gilles della vittoria sul circuito di Imola. Il funambolico canadese, però, la pensava diversamente. La scomparsa dell’Aviatore a Zolder impedì ogni parvenza di riavvicinamento, anche se a voler tendere l’orecchio verso il quartier generale di Enzo Ferrari la loro convivenza in Emilia aveva il sapore di un matrimonio finito. Per volontà di Gilles, soprattutto, che non accettò le pur timide spiegazioni del compagno di colori, arrivato a sussurrare il proprio punto di vista in un summit al calor bianco tenutosi alla presenza dei due piloti e del Drake, quest’ultimo negli inverosimili panni dell’estemporaneo paciere.

Didier non ha mai voltato le spalle alla Ferrari. Uscito da un confortevole anonimato agli albori degli anni Settanta che gli fruttano il prestigioso Volante Elf e le luci della ribalta in F. Renault, F2 e F3 oltre alla reputazione di conduttore aggressivo e veloce, il vincitore del durissimo Gran Premio di Montecarlo della categoria cadetta si vede spalancare le porte della F1 nel 1978 grazie all’interessamento dell’acuto talent scout Ken Tyrrell. E’ così che Didier Joseph Louis, questo il nome di battesimo completo di Pironi, si fa le ossa nel Circus dividendosi tra i modelli 008 e 009 sapendo cogliere in Belgio e Usa ’79 due squisiti terzi posti che gli valgono il passaggio alla Ligier. Una singola stagione, nel 1980, per raggranellare il primo trionfo in carriera a Zolder davanti alle Williams degli agguerriti Alan Jones e Carlos Reutemann, lo proietta al quinto posto in graduatoria mondiale con un contratto già in tasca per il debutto in Ferrari targato 1981. Andatura scanzonata dipinta su uno sguardo furbo insospettabilmente tagliato con l’accetta, il fantasista transalpino va in purgatorio al volante della scorbutica 126 CK ma ritrova smalto al palesarsi del progetto 126 C2 by Mauro Forghieri. In un anno e mezzo alla corte della Rossa accarezza quel titolo che Gilles inseguiva vanamente dal lontano ’78.

L’incipit, con Didier che al momento di firmare il contratto non nasconde di avere scelto Maranello per ragioni di opportunismo (“Non sono sensibile al fascino del Cavallino rampante”, dichiarò sgusciante a La Stampa il 17 settembre 1980), e il congedo obbligato, con il francese perfettamente integrato in squadra al di là della terribile conclusione del rapporto umano e lavorativo in mezzo ai rottami della sventrata 126 C2 persino sbeffeggiata dalla pioggia nel sabato di Hockenheim, costituiscono soltanto delle sterili parentesi nell’avvincente binomio Pironi-Ferrari. Didì non tornò più all’ovile ma, c’è da scommetterlo, il vecchio Commendatore dovette provare la medesima angoscia di Zolder ’82 nell’apprendere, era l’estate del 1987, della prematura dipartita del suo secondo ‘figlio’ nelle inospitali acque poste a sud della costa britannica.

Perché a volte bastano due vittorie e venticinque partenze in casacca rossa per entrare nel cuore degli appassionati veri. Con o senza il cartello ‘slow’ del Gran Premio di San Marino sventolato all’indirizzo del sostituto di Scheckter che, Enzo Ferrari ne parlò all’indomani dell’ingaggio di Didier, lo aveva ammaliato sotto il profilo emotivo. Con o senza Gilles al suo fianco. “Nel caso di Villeneuve avevo fatto una scommessa contro tutti e contro me stesso. E l’ho vinta”. Per il francese, stella ascendente ammirata in Tyrrell e Ligier, il Drake sapeva di correre un rischio calcolato. Anche se la gloria, raccolta solo in parte, è rimasta ancorata lì, affacciata ai bordi di un precipizio esistenziale, sulla falsariga di una strenua ma tardiva virata del generoso Didì.

Ermanno Frassoni

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