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Dossier F1 1982 (5^ puntata) - Nobile come l’Elio: a Zeltweg ’82 De Angelis beffa Rosberg in volata e ripercorre le orme dell’idolo Clark

Forse varrebbe la pena di avvisare Ron Howard. Cosa c’entra il regista di “Rush”, film dedicato al campionato del mondo di F1 edizione 1976, con la volata al fulmicotone di Elio De Angelis e Keke Rosberg negli ultimi chilometri del Gran Premio d’Austria disputato sul circuito di Zeltweg il 15 agosto 1982? Nel bene e nel male, quella stagione di corse iniziata tra le proteste a Kyalami, in Sudafrica, e terminata all’insegna dei fuochi d’artificio per il papà di Nico nella scintillante Las Vegas, cuore del Nevada avvezzo alla vita notturna e alle scommesse sui tavoli da gioco, meriterebbe una pellicola a parte. Steve McQueen, se non avesse finito i soldi con “Le 24 Ore di Le Mans” e fosse sopravvissuto abbastanza per gustarsi i Gran Premi di F1 incentrati sulla rivalità Villeneuve-Pironi sfociata a Imola, la scomparsa del canadese in Belgio, la morte di Riccardo Paletti a Montreal, l’orribile crash di Didier in Germania, gli alti e bassi di Patrick Tambay e il definitivo cimento iridato di Rosberg senior, avrebbe probabilmente accarezzato l’idea da par suo, senza nemmeno sognarsi di scomodare facili nostalgie e rigurgiti buonisti.
Nell’attesa finora vana di un produttore sufficientemente visionario da mettere a rischio le proprie finanze per avallare un progetto del genere c’è di che rallegrarsi sfogliando “1982”, opera omnia di Christopher Hilton edita da Haynes Publishing, capace in meno di duecento pagine con fotografie in bianco e nero e a colori di compendiare, anche attraverso una narrazione puntuale, fortune e sfortune di un Mondiale destinato a instradare il Circus verso i binari della modernità. Non più accettazione del pericolo in quanto suggestione fine a se stessa, dunque, ma ritrovata consapevolezza nel ruolo di pilota e nelle possibilità di uno sport in rapida espansione.
Mancano quattro gare alla chiusura delle ostilità di un campionato che ha imposto un elevato tributo di sangue. Da Hockenheim, dove Pironi ha interrotto la carriera nel violento impatto contro la Renault di Prost avvenuto alla vigilia del Gran Premio di Germania, il ‘carrozzone’ della massima formula si trasferisce nella vicina Zeltweg, in Stiria, su un tracciato veloce e insidioso immerso tra le verdeggianti colline austriache. Benvenuti nell’avvolgente inferno dell’Österreichring, meglio noto come l’impianto della temibile Vöst-Hügel, un’ostica doppia curva a destra che a causa della sua conformazione costringe i piloti ad identificare alla cieca il fatidico punto di corda. A fine agosto sarà il turno di Digione, teatro del primo e unico trionfo stagionale di Rosberg, quindi gran finale in settembre a Monza, territorio di caccia ideale per la Renault di René Arnoux, e Las Vegas, dove Keke diventerà campione grazie al quinto posto conquistato lasciando a Michele Alboreto, allora giovane virgulto del team Tyrrell, gli onori del trionfo di tappa.
Una vittoria alla Jim Clark. E’ quella che De Angelis, nato a Roma il 26 marzo 1958, insegue dal Gran Premio d’Argentina del 1979, week-end di debutto in F1 sotto le insegne della mediocre Shadow. Da qualche parte c’è scritto che i destini di Elio e della Lotus, la scuderia resa immortale dalle travolgenti imprese di Clark, debbano incontrarsi. Un podio è arrivato, un po’ a sorpresa, a Interlagos nel 1980, quando la stella di De Angelis comincia prepotentemente a brillare. Sembra un caso isolato, ma la 81 di Colin Chapman e Martin Ogilvie ha l’aggravante di non sapere entusiasmare. Sempre meglio dell’avveniristica 88 a doppio telaio, che creò più di un grattacapo ai suoi inesauribili inventori.
Il modello 91 si porta appresso il gusto della rivincita. “Ero poco più che bambino e sognavo le imprese di Jim Clark. Era il mio idolo e da allora ho fatto di tutto per arrivare alla F1”. Elio De Angelis, lucido e compassato anche dal gradino più alto del palco d’onore di Zeltweg, sintetizza così un successo scacciacrisi che diventa la prima sinfonia della carriera (il figlio dell’ex virtuoso della motonautica Giulio era un ottimo pianista appassionato della musica di George Gershwin) cui seguirà, nel 1985, il bis nel Gran Premio di San Marino a Imola complice la squalifica della McLaren di Prost risultata sottopeso nelle operazioni di verifica svolte dai commissari al termine della gara. Nella movimentata domenica di Ferragosto del 1982 il forte pilota italiano dà un iniziale saggio della propria personalità: “La mia macchina era larga, tanto larga… Keke non avrebbe potuto superarmi”.
Di insolito c’è che la Freccia Nera di De Angelis in livrea John Player Special, con il bianco predominante del casco indossato dal driver laziale in risalto nella tessitura della monoposto numero 11, è spinta da un propulsore Ford Cosworth DFV aspirato e non dagli spaventosi ma fragili motori turbocompressi sfoggiati da Brabham, Renault e Ferrari, ovverosia le scuderie candidate al trionfo all’Österreichring. In prima fila scattano Nelson Piquet e Riccardo Patrese, subito dietro Prost e Tambay. Dettagli. “Non ci crederete ma io non sono molto sorpreso – annoterà, ebbro di soddisfazione, Elio ai microfoni di Autosprint – sono stato certo di far bene quando ho visto Prost fermarsi. Non ho mai pensato che le Brabham potessero arrivare al traguardo”.
La preoccupante inaffidabilità dei motori turbo si tramuta nel cruccio di Prost, Piquet e Patrese. Una spettacolare carambola al via mette fuori gioco le Alfa Romeo di Andrea de Cesaris e Bruno Giacomelli oltre alla Williams di Derek Daly, ma è dopo quindici tornate che il Gran Premio regala colpi di scena a ripetizione. Arnoux dice basta per un problema tecnico, mentre la sfuriata di Patrese dura lo spazio di ventisette giri con tanto di uscita nell’erba a causa del cedimento del motore BMW. Per Alain la vittoria pare una mera formalità. Al passaggio 48, invece, il francese rallenta all’improvviso e deve parcheggiare la vettura ai lati della pista servendo su un piatto d’argento la leadership allo scaltro De Angelis. Un margine di circa tre secondi da gestire sul rimontante Rosberg nei tre giri conclusivi. Basteranno, al 24enne Elio, per sollevare il trofeo del vincitore? La risposta è sì, non senza la palpitazione di donare agli appassionati di Zeltweg un epilogo al cardiopalmo che vede l’implacabile Keke nei panni dell’inseguitore.
“Nei giri finali ho avuto un’accensione difettosa e quando ho guardato l’indicatore della pressione del carburante ho mancato la marcia, il che mi è costato un secondo. E’ stato allora che Rosberg mi è venuto sotto”. Chirurgico persino nell’analisi delle proprie sbavature, De Angelis ce la fa ad arrestare il recupero del finlandese di casa Williams che, avveduto, saprà accontentarsi di una piazza d’onore preziosissima nell’economia del campionato. Per Elio lo champagne della Stiria ha un sapore ancora più dolce perché quella è l’affermazione del ritorno Lotus dopo quasi quattro stagioni di digiuno (Gran Premio d’Olanda 1978, doppietta Andretti-Peterson). Cinquanta millesimi di secondo equivalgono alla differenza tra una sonante vittoria e un’accettabile sconfitta. Due impostori da trattare allo stesso modo, sosteneva profetico lo scrittore e poeta Joseph Rudyard Kipling, indimenticato autore del romanzo “Capitani coraggiosi”.
De Angelis, che nemmeno al momento della scomparsa di Gilles Villeneuve aveva voluto salire sul carro degli ammiratori rifiutando di correggere la poca simpatia da sempre nutrita nei confronti del disarmante canadese, era riuscito nell’impresa di domare la concorrenza interna del futuro Leone Nigel Mansell, all’epoca suo compagno di squadra in eterno predicato di esaltarsi e soprattutto di esaltare. Sarebbero quindi arrivati i tempi bui della coabitazione con il rampante Ayrton Senna a rendere il box della Lotus un posto poco piacevole da frequentare, senza quel Chapman che ebbe modo di assistere all’ultimo urrà di una propria creatura nella bolgia festosa di Zeltweg ’82. Inevitabile, nel 1986, il passaggio di Elio alla Brabham modello sogliola destinata alle ultime file dello schieramento. Il suo talento avrebbe meritato qualcosa di più della sconclusionata BT55, monoposto affascinante nelle forme quanto cagionevole nei contenuti che finirà col diventare, sul circuito francese di Le Castellet, la dimora definitiva dello sfortunato pilota romano spirato il 15 maggio all’ospedale di Marsiglia dove era giunto in condizioni disperate.
“Elio ce l’ha fatta! Corsa grandissima di Elio De Angelis. Eccezionale!”. Nelle spontanee parole di Mario Poltronieri, commentatore del Gran Premio d’Austria 1982 sulle reti televisive nostrane, viene in qualche modo sintetizzata l’intera carriera del driver italiano, all’occorrenza combattivo ma anche capace di attendere pazientemente l’evolversi della gara. A Zeltweg, trent’anni fa, si superava evitando di ricorrere al sistema di recupero dell’energia cinetica e all’ala mobile posteriore. E rintuzzare gli assalti furibondi di un ‘mastino’ come Rosberg, che disponeva di una Williams in credito di ambizione e competitività, non deve essere stato facile. Questa è rimasta la tua estate, Elio, nobile d’animo e non di stirpe, ovunque tu la stia trascorrendo.
Ermanno Frassoni
























