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I rally ‘speciali’ di Fiorio, Ragnotti, Caneva e Andreucci-Andreussi: il docu-film “Polvere e passione” raccontato in esclusiva dal regista Fabio Mancari (1^ parte)

Cinque personaggi che hanno trovato un autore. I loro nomi? In rigoroso ordine di anzianità Cesare Fiorio, già direttore sportivo del reparto corse della Lancia e in seguito diesse Ferrari in F1, Jean Ragnotti, virtuoso del controsterzo nel panorama dei rally internazionali divenuto ormai emanazione del marchio Renault, Vittorio Caneva, attuale proprietario dell’omonima scuola piloti con sede sull’Altopiano di Asiago, poco più di seimila abitanti nella provincia di Vicenza, e il duo composto da Paolo Andreucci e Anna Andreussi, ovverosia driver e navigatore che insieme assommano una invidiabile collezione di trofei nel CIR giunta a quota sei nel 2011 calcolando anche l’alloro conquistato dieci anni prima dal corridore originario di Castelnuovo di Garfagnana facendosi alternativamente leggere le note da Alessandro Giusti e dalla futura consorte.
Si comincia ponendo idealmente allo stesso desco una società di video produzione piemontese, la Stuffilm Creativeye di Bra, che sorge nel territorio del Roero a cinquanta chilometri da Cuneo, un ambizioso regista d’assalto quale Fabio Mancari e l’intraprendente collaboratrice del mensile Tuttorally Eleonora Mollo. Il risultato è “Polvere e passione”, un docu-film che vezzeggia nel medesimo focolare d’essai una volutamente ristretta lista di ‘big’ del traverso con l’obiettivo di sistemare sotto la fatidica lente d’ingrandimento le competizioni su strada e sterrato dei tempi d’oro, quelli che resero grande la specialità, dilaniata di recente in ambito WRC dalla maldestra querelle sulla gestione dei diritti televisivi e promozionali, cementificando le imprese manageriali o sportive dei vari Fiorio, Ragnotti e Caneva, stampate a caratteri cubitali sui libri di storia del motorsport, unitamente alle evoluzioni, tuttora in essere nel Campionato Italiano Rally, dell’inossidabile coppia di matrice tosco-friulana Andreucci-Andreussi.
Le fasi della lavorazione, il prezioso materiale d’archivio raccolto in un lungo e delicato ‘dietro le quinte’, il rapporto venutosi a creare con cinque primattori del rallismo. MotorInside ha intervistato in due parti il regista Mancari per sondare questi ed altri aspetti del docu-film, in uscita nel luglio 2012, che sembra trarre ispirazione dalle massime e dai ricordi di alcuni ‘giganti’ dei rally.
Quali sono i tempi previsti per l’uscita del documentario? Avete anche pensato all’iter successivo?
“Il documentario uscirà ufficialmente lunedì 16 luglio, ma la distribuzione, per chi lo ha acquistato in prevendita oppure ha sostenuto il progetto tramite la piattaforma Produzioni dal Basso, partirà già il 13 luglio. Successivamente il film sarà acquistabile direttamente dal sito http://www.polvereepassionedoc.com/ e nelle librerie. La promozione vera e propria comincerà poi da settembre con proiezioni a cui parteciperanno alcuni dei protagonisti e la presenza a festival dedicati a film sportivi sia nazionali che internazionali. Tutte le date delle proiezioni saranno sempre disponibili sul sito del documentario o sulla pagina Facebook ufficiale www.facebook.com/pages/Polvere-e-passione-DocDust-and-passion-Doc/181515341954370”.
Come si è sviluppata l’idea di un docu-film sul mondo dei rally? Chi ha lavorato dietro le quinte del progetto?
“Il progetto è nato da un’idea di Eleonora Mollo, prima navigatrice e poi giornalista per le testate Tuttorally ed Area Corse. Ad aiutarmi e a sostenermi in fase di produzione ci ha invece pensato la casa di produzione Stuffilm Creativeye, di cui sono anche socio-fondatore, che non è nuova a questo tipo di iniziative e che, in soli tre anni di vita, ha già prodotto cinque documentari. Un nuovo progetto, incentrato sul ciclismo, è in fase di lavorazione. Mi preme ricordare che “Vetro piano”, diretto dal sottoscritto insieme ad Alberto Cravero, e “Langhe Doc” di Paolo Casalis sono stati anche in concorso ufficiale ai David di Donatello. L’idea di base era la voglia di indagare una realtà forte, ricca di spunti e allo stesso tempo di contraddizioni. La domanda che mi sono posto lavorando come operatore tv in questo sport e poi successivamente in fase di scrittura del documentario è stata la seguente: “Cosa spinge questa gente, campioni e non, ad arrabattarsi fino allo sfinimento con l’obiettivo di trovare i fondi per correre, molte volte rimettendoci di tasca propria, rischiando un incidente e andando dunque all’avventura?” . Ho provato a darmi una risposta, forse scontata, ma efficace: la passione”.
Il docu-film si apre con l’ex pilota Vittorio Caneva, proprietario di una scuola rally, che dispensa consigli a un allievo durante un corso di guida sulle strade del vicentino. A cosa si deve la scelta di partire con una serie fotogrammi di attualità sebbene la pellicola richiami esplicitamente a un modo di concepire i rally che all’atto pratico non esiste più?
“L’incipit del film l’ho montato e smontato almeno otto volte. Ho fatto questa scelta per due motivi fondamentali: primo, introdurre la figura di Vittorio come “allenatore” per poi raccordarmi a lui come pilota, e secondo perché volevo cercare già nel prologo di individuare un parallelismo tra il modo di fare rally ai giorni nostri e quello di un tempo. Il film viaggia sempre, anche se la prima parte è più storica, attraverso le interviste, a cavallo tra passato e presente. Lo stesso mito di Ragnotti, simbolo di un certo modo di affrontare questo sport, paradossalmente, è ancora il presente di questa specialità, prendendo però una certa distanza da tutto quello che non è gara. In particolare, mi riferisco alla preparazione fisica e psicologica, alle ricognizioni, all’attenzione verso il responso del cronometro. In lui prevalgono questi concetti: istinto, spettacolo e convivialità”.
Davvero splendida la raccolta di immagini d’archivio. Chi vi ha supportati in questo senso?
“Devo ringraziare innanzitutto Vittorio Caneva. Se non fosse stato per lui e per il suo archivio, forse non avrei mai iniziato questa avventura. Nei suoi cassetti ho trovato pellicole Super 8 originali girate da lui quando era ancora spettatore (esempio, le immagini di Munari fermo all’assistenza) e pellicole CineFiat. Gli originali di queste ultime, in forma digitalizzata, mi sono stati donati dall’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa che detiene nei suoi infiniti archivi tutta la storia del film industriale in Italia partendo da Olivetti fino ad arrivare proprio a CineFiat e al suo reparto corse. Appoggiando e sostenendo così il progetto, mi hanno concesso l’uso del loro materiale in forma gratuita, in quanto detentori di tutti i diritti. In particolare Elena Testa, colei che cura l’archivio, autrice lei stessa di documentari, mi ha “sopportato” e supportato nella ricerca dei filmati in miglior stato. Anche le pellicole girate da Vittorio sono state reputate interessanti col risultato di vederle inserite nell’ Archivio Nazionale! Per le immagini storiche di Ragnotti vale lo stesso discorso di CineFiat: in questo caso è stata proprio Renault Sport ad appoggiare il progetto e a cedere le immagini del pilota francese”.
Passiamo in rassegna i protagonisti al centro del docu-film “Polvere e passione”. Da chi preferisce iniziare?
“Forse di piloti e di ex piloti con storie e carriere diverse ne avrei potuti sentire e incontrare a migliaia ma, come in tutte le cose, bisogna fare delle scelte legate al messaggio che si vuole trasmettere all’interno del film. Non ho rimpianti. Cominciamo forse dal più rappresentativo, senza per questo lasciare in secondo piano gli altri. Ragnotti, oppure Jeannot, come lui è abituato a farsi chiamare. Disponibilissimo a lasciarsi intervistare per più di un’ora per poi dirmi: “E’ già finita? Se vuoi io continuo, ho tante cose da raccontarvi…”. A volte, quando si soffermava sul rapporto con il pubblico, quasi non potevo credere alle sue parole. Poi, arrivati a girare al circuito di Le Castellet, sono rimasto a bocca aperta a vedere quanta folla c’era per ottenere un suo autografo. Hanno dovuto portargli pure un tavolino, tanto era il pubblico, e lui ha firmato tutto, dal semplice poster ad un portaoggetti che un suo fan aveva appena smontato da una Renault Clio. Che dire, fantastico! Per Vittorio Caneva il discorso è differente. Per approcciarmi a lui e capire un po’ meglio il mondo dei rally ho letto il suo libro, anzi direi proprio il suo diario. Sono rimasto colpito quanto l’aspetto sportivo quasi passasse in secondo piano rispetto alla passione, prima da spettatore, poi da protagonista, verso questo sport. A dispetto della sua mole e del suo fare forse un po’ “orso”, Vittorio ci ha concesso un’intervista profonda e molto sentita. Dopo due giorni di riprese insieme, gli spunti sono stati soprattutto di natura extra-tecnica, sul modo di concepire ed affrontare questa disciplina in tutti i suoi aspetti, e su come il rally può cambiare il percorso di vita di una persona”.
E Cesare Fiorio?
“Per Fiorio nutrivo una forma di timore reverenziale, in quanto trovarsi con colui che ha vinto tantissimo nei rally e poi nella Ferrari in F1 mi metteva un po’ di soggezione. Invece, fin dal primo colloquio telefonico che ha avuto con Eleonora Mollo, Cesare si è reso disponibile e ha voluto conoscere ogni particolare sulla lavorazione del film. L’intervista l’abbiamo realizzata in una giornata di tempesta di neve nella sua amata Cervinia, in Valtournenche, ed è stata gradevolissima. Fiorio, dopo anni passati al vertice dell’automobilismo mondiale, e dopo anche tanta televisione, si è trovato subito in sintonia con noi e ci ha permesso di conferire al documentario quei raccordi storici che servivano per legare le parti d’archivio al resto della narrazione”.
Un salto in avanti con la coppia Andreucci-Andreussi.
“Paolo ed Anna: una scoperta! Quando ho iniziato a pormi il problema di dover aggiungere un pilota in attività per creare, diciamo, un contrasto nel film, ho cominciato a cercare nelle biografie dei piloti più in voga una storia che potesse essere interessante. Ho escluso subito i vari Loeb, Ogier e via dicendo perché mi sembrava impossibile superare tutti i vari stadi della burocrazia classica quando si affrontano certi progetti (uffici stampa, chi cura l’immagine, la Casa automobilistica…). In verità con uno dei cosiddetti ‘big’ abbiamo tentato un avvicinamento. Non svelo di chi si tratta, ma qualsiasi tipo di approccio è stato rispedito al mittente… Dico solo la nazionalità della Casa automobilistica: è tedesca. Ho pensato: possibile che in Italia non abbiamo un grande pilota, non per forza “il” campione, che abbia anche una piccola storia da raccontarmi? La storia l’ho trovata… Due persone che iniziano come pilota e navigatore nello sport e poi finiscono per stare insieme anche nella vita. Paolo ed Anna sono una coppia vincente, affiatatissima e amata dal pubblico. Il giorno delle riprese al Rally del Ciocco, in sostanza la loro gara di casa, ne ho avuto la conferma. Abbiamo dovuto aspettare fino a sera per poterli avere solo per noi, ma l’attesa è stata ripagata da due persone che ci hanno dato tanto sia per la presenza nel film, sia dal lato umano, sostenendoci e approvando in pieno la nostra idea. Con loro c’è anche un personaggio ‘nascosto’, Carlo Leoni delle pr Peugeot Italia, che mi sento in dovere di citare perché ci ha permesso di riprendere il dietro le quinte dell’assistenza della Casa transalpina consentendoci inoltre di utilizzare le immagini delle gare”.
Sorprendono, forse più ai giorni nostri, le scene che testimoniano la battaglia tra i piloti nella notte del Col de Turini a Montecarlo senza contare i primi piani sulla Lancia Stratos di Sandro Munari. Quali sensazioni ha provato nel rivedere queste immagini in fase di montaggio?
“Lì per lì mi è venuto subito da esclamare: “Adesso me lo scordo di poter avere una Stratos a disposizione per girare delle immagini così spettacolari.” Seconda considerazione, sempre legata alle immagini: “Oggi sarebbe impensabile fare un film industriale come si faceva negli anni Settanta e Ottanta”. La verità, aggiungo, è che non ci sarebbe la disponibilità delle case automobilistiche ad investire in questi progetti. Ormai, nel 2012, non è più pensabile che un film industriale possa avere la stessa forza comunicativa di trent’anni fa”.
Ermanno Frassoni
























