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La remontée di Alain Prost inebria Città del Messico nel 1990: una lectio magistralis riproposta da Alonso a Valencia 2012

“Io sono l’Ayrton Senna dei tempi moderni, Fernando Alonso è Alain Prost”. Così Lewis Hamilton, campione del mondo di F1 nel 2008, pontificava un annetto fa ai microfoni del The Guardian descrivendo la proverbiale rivalità con Alonso, suo blasonato compagno di squadra alla McLaren in un 2007 psicologicamente devastante per gli uomini della scuderia di Woking. Uno stratagemma teatrale ma affatto irrispettoso sfoderato a beneficio dei media in un momento in cui, eravamo all’inizio della stagione 2011, il mai troppo sopito confronto tra i due grandi rivali della F1 faticava a farsi spazio sui giornali complici le difficoltà palesate dalla MP4-26 e dalla 150° Italia al cospetto dello strapotere Red Bull meravigliosamente esercitato da Sebastian Vettel.
Cosa c’è di vero nell’interpretazione, volutamente provocatoria eppure immaginifica nei suoi contenuti, del 27enne pilota britannico che da kartista in erba seppe guadagnarsi la fiducia di Ron Dennis? Nel Gran Premio d’Europa disputato sul circuito cittadino di Valencia lo scorso 24 giugno, Alonso ha messo sul piatto le indiscutibili qualità di un due volte iridato rimasto per troppo tempo lontano dalla corona mondiale a causa di monoposto spesso non all’altezza delle aspettative. A una sconfortante qualifica con start da metà griglia lo spagnolo ha risposto indovinando una partenza difficile e un recupero altrettanto incerto, condito da sorpassi sapienti e tatticismi esasperati, che hanno premiato Matador dinanzi al pubblico di casa permettendogli di festeggiare sul gradino più alto del podio a fianco di due preziosissime pedine della storia Ferrari, Kimi Raikkonen e Michael Schumacher, trasfigurando nell’immane sforzo emotivo le proprie fattezze del volto, impresa riuscita all’attore Sylvester Stallone quando si trovò nella situazione di dover infondere umanità e sentimento al personaggio di Rocky Balboa.
Più Senna o più Prost? Non basta una gara, per quanto impeccabile, a costruire la statura di un campione, senza contare che gli affascinanti paragoni con il passato, prossimo o remoto, lasciano poca manovra ai crudi fatti e moltissimo gioco all’inventiva più incontrollabile e dunque soggetta a mutamenti dettati dalla percezione di un determinato gruppo di appassionati. Sarebbe un tantino ingeneroso nei confronti dell’Alonso deflagrato a Valencia e ammirato nei precedenti rounds del Mondiale 2012, sempre all’attacco eppure mai sopra le righe, pretendere di incasellare il suo talento sulla scia di Ayrton piuttosto che di Alain, un po’ perché il 30enne ‘martello’ di Oviedo è apparso talvolta meno ‘latino’ nel carattere di Senna e più sfaccettato di Prost, e in secondo luogo per le oggettive differenze legate alle epoche e alle vetture.
Mistico e genuino il compianto tre volte campione del mondo brasiliano quanto chirurgico nelle traiettorie e nella vita il nasuto francese, che a 56 anni suonati è diventato brand ambassador della Renault Alpine A110-50 lasciandosi placidamente immortalare dagli obiettivi dei fotografi nel week-end dell’ultimo Gran Premio di Monaco. Alonso, che taglierà il traguardo delle 31 primavere il prossimo 29 luglio, unisce alcune caratteristiche di Ayrton a quelle di Alain imponendosi però al mondo attraverso il moderno stile Fernando, sottotraccia quando si va a toccare la sfera della vita privata, forse l’unico tabù dell’onnivoro spagnolo, ma dirompente al momento di esternare emozioni e sensazioni, razionali e mai campate in aria, davanti al fagocitante buco della serratura rappresentato alternativamente ora da Internet e ora dai media tradizionali.
L’ardimentosa lectio magistralis ostentata da Fernando in Spagna al ritmo della Marcha Real, ovverosia l’inno nazionale iberico, a kappaò di Vettel acquisito, sembra fare il paio con il week-end vissuto da Prost ventidue anni prima, nella seconda metà del giugno 1990, con il Professore di Lorette, piccolo comune incastonato nella Loira d’Oltralpe, perfettamente in grado di ribaltare il pronostico della vigilia che lo vedeva scattare dalla settima fila sullo schieramento dopo una sessione di qualifica affatto memorabile. Subito davanti alla Ferrari 641 F1 di Alain, in quel convulso sabato di prove ufficiali andate in scena all’Autódromo Hermanos Rodrìguez di Città del Messico, a ridosso dalla capitale del Paese centroamericano, fanno bella mostra di se le Lotus Lamborghini di Derek Warwick e Martin Donnelly. Là davanti, in pole position, la McLaren di Gerhard Berger affiancata dalla Williams di Riccardo Patrese, con Senna, nemesi umana e sportiva di Prost, insolitamente terzo al via e Mansell, team-mate sopportato nell’accorta gestione di Cesare Fiorio, accreditato del quarto crono sugli arrembanti Boutsen e Alesi.
Il ‘carrozzone’ della massima formula ha già piantato le tende a Phoenix, Interlagos, Imola, Montecarlo e Montreal. Archiviati i primi cinque appuntamenti della stagione, che hanno consegnato tre successi di tappa ad Ayrton e un’affermazione a testa nel caso di Prost e Patrese, il Gran Premio del Messico costituisce una sorta di spartiacque tra il possibile sbocco del campionato, in procinto di vedere al picco della forma le Rosse di Alain e Nigel, e quella graniticità McLaren sublimata nel biennio 1988-89 grazie alle poderose lotte intestine inscenate da Magic e dal Professore. Consumatosi il divorzio di Prost dalla McLaren in chiave 1990, ecco che a Maranello si è saputa cogliere l’opportunità di mettere sotto contratto il velocissimo francese opponendolo giocoforza a Senna in un ennesimo duello tra giganti divisi stavolta anche dal colore della casacca. Ayrton si presenta sul suolo che fu regno dell’imperatore Montezuma al comando della classifica generale con un bottino di 31 punti, il compagno di squadra Berger lo segue a 19 mentre Prost è terzo a quota 14 con un margine di una singola lunghezza nei confronti del diretto inseguitore Alesi. Piccolo particolare: Jean guida una onorevolissima Tyrrell e si sta facendo le ossa in F1 nell’attesa di navigare verso lidi più consoni alle sue ambizioni.
La Ferrari 641 F1, però, è sì partita con il freno tirato ma promette bene sulla lunga distanza. A progettarla ci ha pensato John Barnard, solido ingegnere di Wembley succeduto nel 1987 a Harvey Postlethwaite, che dopo aver dato alla luce la monoposto affidata al duo Prost-Mansell riparerà armi e bagagli alla Benetton. In Messico, nella festosa bolgia del circuito intitolato alla memoria dei fratelli Rodrìguez, i tecnici del Cavallino ricorrono alla 641/2 o 641 ‘evo’, impiegata a partire da San Marino e contraddistinta da un’ala anteriore rivista e da modifiche visibili nella zona delle pance. Il Mondiale 1990, si può dire, prende una piega diversa affrancandosi gradualmente dal monologo Senna-McLaren. Il complesso mosaico non va comunque a posto nel sabato di Mexico City. Non basta il quarto tempo di Mansell a rincuorare lo staff di Maranello dell’occasione sprecata con Prost, costretto ad avviarsi dalla tredicesima posizione.
Qualcosa non ha funzionato nei delicati meccanismi della 641 F1. Poco si può imputare ai piloti, Alain e Nigel, tutt’altro che timorosi quando Fiorio e compagnia esortano al ‘giro della morte’ che può valere una pole position. A Valencia 2012, se non altro, Alonso ha vinto scattando undicesimo. Prost e la Ferrari non hanno in dotazione la sfera di cristallo, ciononostante il Cavallino non è nuovo a rimonte dell’ultima ora. Nel Gran Premio d’Ungheria del 1989, in una domenica pre-ferragostana che induce ad assecondare la lucida follia di un’estate ormai galoppante, il Leone Mansell arpiona uno storico successo al volante della Ferrari 640 F1, antesignana della 641, precedendo allo sventolare della bandiera a scacchi la McLaren di Senna e la Dallara Scuderia Italia di Caffi dopo aver preso il via da una scomodissima dodicesima piazza. Sul toboga di Budapest i sorpassi non sono cosa da niente, ma Nigel dimostra il contrario al di là della provvidenziale debacle tecnica della Williams di Patrese. Le 77 tornate infernali dell’Hungaroring, infatti, sorridono con inusitata benevolenza all’irriverente guasconeria profusa dal baffuto driver britannico. Sarà così anche a Mexico City ’90, con Prost a raccogliere idealmente il testimone dal compagno di colori, qualificatosi troppo avanti per riassaporare l’impresa del 1989?
Il sole, intanto, è tornato a splendere sull’asfalto dell’Autòdromo Hermanos Rodrìguez. E’ il 24 giugno 1990 e Patrese ha tutte le intenzioni di concedere il bis stagionale. La sfuriata del pilota italiano dura lo spazio di un paio di giri, giusto il tempo che il propulsore Honda della McLaren di Ayrton carburi a sufficienza da consentire a Magic di gettarsi all’assalto della Williams di Riccardo. Dietro al brasiliano emerge ben presto Berger, protagonista di uno start abbastanza infelice, che da scudiero in carica sembra in grado di proteggere la fuga solitaria del caposquadra. La scaltra remontée del ferrarista Prost procede come un orologio svizzero (pardon, francese!) mentre nemmeno Mansell, scattato dalla terza fila, resta a guardare. Mancano una quindicina di passaggi al traguardo quando Alain, rinvenuto con prepotenza dalle retrovie in cui era precipitato il sabato, azzanna la vettura gemella di Nigel. Al comando c’è sempre Senna, che però ha scelto di non montare pneumatici nuovi. Giro dopo giro il degrado è via via più significativo sulla McLaren numero 27 del campione paulista, che a nove tornate dalla conclusione viene infilzato dall’acerrimo rivale Prost. Giochi fatti? Non proprio, perché di lì a poco Ayrton deve alzare bandiera bianca complice uno pneumatico dechappato. E’ doppietta Ferrari: Alain trionfa davanti a Mansell, terzo Berger che regola la Benetton di Nannini e la Williams di Boutsen.
La graduatoria piloti vede Senna al vertice fermo a 31 punti, mentre Prost e Berger si spartiscono la teorica piazza d’onore a otto lunghezze dal fuoriclasse di casa McLaren. La partita è riaperta e non si chiuderà fino al mese di ottobre nel penultimo round di Suzuka, teatro del famigerato incidente al via tra Senna e Prost che regalerà il secondo alloro iridato a O Rei della velocità. Il successo messicano di Alain, maturato su un tracciato impegnativo conosciuto per le sue temibili ‘esse’ e lo sviluppo in dislivello della curva Peraltada, equivale tuttavia ad un cambio di passo per la Ferrari: il conduttore transalpino espugnerà infatti Le Castellet e Silverstone in rapida sequenza spruzzando champagne dal gradino centrale del palco d’onore anche a Jerez de la Frontera, il 30 settembre, in quello che resterà l’ultimo trionfo della Rossa, portatrice sana del numero 1 sul musetto, fino a Hockenheim ’94.
L’impresa di Valencia 2012 può davvero imprimere un altro ritmo alla stagione della Ferrari, iniziata in sordina e proseguita massimizzando il potenziale di una F2012 in fase di crescita pur senza possedere i galloni della compagine favorita nella lunga volata per il titolo mondiale. Alonso, di cui Prost ha sempre detto un gran bene, ha messo in pratica una delle tante leggi non scritte dell’automobilismo sportivo. Chi si arrende, ancora di più al termine delle prove ufficiali del sabato pomeriggio, è perduto. La regola era valida nel fine settimana del Gran Premio del Messico 1990 e lo sarà nuovamente da qui alla ‘season finale’ di Interlagos.
Ermanno Frassoni
























