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McLaren MP4-7, un pezzo di storia in vetrina a Milano: echi e frequenze dal regno di Senna
Pare di vederlo, Ayrton, reduce da una delle tante riunioni nel retrobox della scuderia di Woking, inzupparsi gli occhi nelle sinuose fattezze della biancorossa McLaren MP4-7, l’ultima spinta da un propulsore Honda a dodici cilindri prima della transumanza verso Ford, Peugeot e infine Mercedes, il cui esordio nel mondo dei Gran Premi risale al week-end del 5 aprile 1992 nella sua Interlagos, in Brasile, durante il terzo round stagionale, appena archiviato l’impiego dell’obsoleta MP4-6 versione B nelle precedenti tappe del Mondiale di scena in Sudafrica e Messico. Scarne e volatili le soddisfazioni per Senna in un campionato contraddistinto dal definitivo straripamento di Nigel Mansell e dell’imbattibile Williams FW14 di nuova generazione, segnatamente quella dotata delle famigerate sospensioni attive, tra queste però vanno giocoforza inserite l’avvio tutto sommato positivo a Kyalami con la monoposto del ’91 aggiornata, complice un terzo posto d’orgoglio alle spalle del Leone britannico e dell’italiano Patrese, nonché la notizia, anticipata di un mese rispetto alle iniziali previsioni, del passaggio alla più evoluta MP4-7 progettata da Neil Oatley non senza il telaio monoscocca separato dalla carrozzeria, un cambio semi-automatico sviluppato dallo storico partner TAG facente capo all’agiata famiglia Ojjeh e il ricercato stratagemma dell’acceleratore a controllo elettronico.
L’approccio alla F1 della McLaren erede naturale della formidabile MP4-6, che permise a O Rei della velocità di arpionare il terzo titolo iridato in carriera, risulta essere prudente quanto poco fortunato, sebbene la conquista della seconda fila in qualifica da parte del duo Senna-Berger lasci ben sperare in vista di una gara all’inseguimento delle solite, imprendibili Williams di Mansell e Patrese. Un grave errore di valutazione. Il roccioso Gerhard nemmeno si avvia per il giro di formazione, di conseguenza l’austriaco si vede costretto a prendere il semaforo verde dalla corsia dei box. Non è finita qui, perché il Gran Premio del Brasile dell’incredulo Berger dura lo spazio di quattro tornate. Sarà un problema elettrico a metterlo subito kappaò, ma anche Ayrton non godrà dei favori della dea bendata a causa dello stop al giro numero 17 agevolato da un guasto al motore. Così non va, meglio riavvolgere il nastro e ricominciare da zero.
Montecarlo, sabato 30 maggio 1992. Mansell, ormai lanciatissimo nella sua rincorsa mondiale, sistema in cassaforte l’ennesima pole position precedendo il compagno di colori Patrese e il pur agguerritissimo Senna, che stavolta anche sul circuito cittadino del Principato, dove ha già inondato di champagne fior di colleghi dal gradino più alto del podio in quattro edizioni, non sembra a rigor di logica avere alcuna chance concreta per ribaltare una presa di coscienza ahilui granitica: le filanti FW14B di Nigel e Riccardo rifiutano sdegnosamente di circondarsi di nemici mortali. Nell’entourage di Senna, però, la parola resa non esiste e se una volta tanto il brasiliano è condotto dai limiti della vettura a più miti consigli, beh pazienza, si tratterà soltanto di stabilire dove e come la MP4-7 può fare la festa alle Williams in virtù della classe innata del pilota paulista e dell’ammirevole abnegazione sul lavoro della premiata crew McLaren. Sulle stradine tanto care al principe Ranieri III, per esempio. Perché basta un pit-stop inatteso di Nigel in gara ed ecco che l’affatto mansueto Senna, a lungo secondo, passa felino a comandare le operazioni. Di lì a cogliere il primo successo dell’anno il passo è breve, un po’ grazie alle indiscutibili doti di guida sfoderate da ‘Magic’, abilissimo e spietato nel rintuzzare i furibondi assalti del collerico rivale, e un po’ a causa di una pista notoriamente ostica per i sorpassi.
Il Mondiale F1 del 1992 si può definire perso dopo una manciata di gare, la Williams è infatti troppo competitiva per tentare di opporre una seppur minima resistenza in termini di punti regalati a Mansell nel percorso che dal Sudafrica ha portato al sorprendente trionfo di Ayrton nel circuito-salotto di Montecarlo. Prevedibile, comunque, lo sfoggio di erculea caparbietà da parte di Senna e della McLaren mossa dallo scopo di vendere cara la pelle nel prosieguo di una stagione in grado di riproporre il brasiliano al centro del palco d’onore a Budapest e Monza raggiungendo quota tre vittorie. Cinque, invece, i successi della MP4-7 sommando i due urrà a squarciagola di Berger in Canada e Australia alla vigilia del reintegro del driver originario di Worgl nelle file della Ferrari. Non un grande bottino, certo, appurato che il titolo se lo intascherà Mansell con 108 lunghezze seguito da Patrese, fermo a 56, e dal promettente virgulto Michael Schumacher, terzo in classifica generale a 53 punti. E i due alfieri della McLaren? Quarto e quinto rispettivamente, con Senna davanti a Berger di un’incollatura e la malinconica consapevolezza di aver dovuto cedere alla Williams quell’ambita supremazia fino a poco tempo prima di esclusiva pertinenza biancorossa.
La scena si sposta a Milano, nell’accogliente viale alberato di corso Sempione, non lontano dalla ostentata maestosità del Castello Sforzesco, inserito unanimemente nell’elenco dei simboli più riconosciuti del capoluogo lombardo, e parimenti a poche falcate dall’Arco della Pace, ovverosia il monumento concepito agli albori dell’Ottocento dall’architetto Luigi Cagnola, in un’area lussureggiante della città che qualcuno ha voluto giustamente accostare allo stile progettativo degli Champs-Élysées di Parigi. Non è un caso, forse, che l’antica strada del Sempione fosse stata costruita con l’obiettivo dichiarato di collegare Milano alla capitale francese. Sono trascorsi vent’anni dall’esordio della McLaren MP4-7 nel Gran Premio del Brasile 1992, la scuderia nel frattempo ha cambiato sponsor e colori, ha incassato l’era Hakkinen, la fulminea querelle intestina tra Alonso e Hamilton di sovente raccordata alla sfida Senna-Prost, il disimpegno del numero uno Ron Dennis, il ciclone Lewis e gli anni di purgatorio iridato divenuti ormai eccedenti per non affidare le residue speranze alla nuova MP4-27 firmata da Paddy Lowe e Tim Goss.
Benvenuti nello showroom di McLaren Milano. Dalle ampie vetrate a dirimpetto del marciapiede di corso Sempione l’occhio cade sulla MP4-7 appartenuta ad Ayrton, poi sulla MP4-12C stradale fortemente voluta dall’ex patron della squadra F1 Dennis e quindi sulla versione “a nudo” della medesima supercar prodotta negli stabilimenti di Woking che lascia comprendere cosa significhi trovarsi al cospetto di un telaio con monoscocca in fibra di carbonio, dal 1981 un irrinunciabile benefit per la compagine del Surrey complice l’incessante ricerca dei tecnici McLaren volta all’alleggerimento dello chassis ai fini di prestazioni sempre più elevate.
In ufficio siede Alessandro Gori, sales manager della concessionaria di proprietà del Gruppo Fassina, con il quale abbiamo intenzione di passare in rassegna le meravigliose vetture lì esposte. “McLaren era alla ricerca di un dealer in Italia – spiega Gori ai microfoni di MotorInside – dopo un’approfondita indagine, che ha coinvolto seicento candidati, la scelta è caduta sul Gruppo Fassina. Alla base dell’accordo emerge ovviamente la nostra sconfinata passione motoristica, che ci ha permesso di accettare questa nuova sfida. Si è trattato, oserei dire, della cosiddetta ciliegina sulla torta capace di attribuire ulteriore prestigio a una realtà leader nel settore di riferimento”. All’inaugurazione dello showroom a Milano, il primo e finora l’unico in Italia, sono intervenuti nel settembre 2011, a pochi giorni dal week-end del Gran Premio di Monza, l’amministratore delegato di McLaren Automotive Anthony Sheriff, il team principal di McLaren F1 Martin Whitmarsh, il campione del mondo 2009 Jenson Button e i vertici del Gruppo Fassina capitanati dall’immenso Tony, mito dei rally italiani sulla Lancia Stratos, e dal figlio Ado, attuale CEO dell’azienda, acclamati da una platea selezionata e rigorosamente a inviti.
“E’ stato un privilegio annoverare il nome di Button tra le guest star – precisa Gori – ricordo però il vernissage della prima concessionaria McLaren, avvenuto nella splendida cornice di Hyde Park, a Londra, quando insieme a Jenson e a Whitmarsh presenziarono anche Lewis Hamilton e Ron Dennis, presidente esecutivo di McLaren Automotive e di McLaren Group. Nella serata di gala milanese Button ha dimostrato di essere una persona molto disponibile e non solo un grande pilota”.
Il discorso vira sulle vetture di F1 passate dallo showroom di Milano a partire dalla serata di inaugurazione. “In un primo momento McLaren ci aveva fornito la MP4-19 del 2004 condotta al successo da Kimi Raikkonen nel week-end di Spa Francorchamps – puntualizza Gori – ma il fatto di sistemare in vetrina una monoposto di un campione del mondo Ferrari non rappresentava probabilmente la scelta ideale! Devo inoltre ammettere di avere anche potuto ospitare tra queste mura la MP4-5 del 1989 che consentì a Senna di vincere sei Gran Premi non senza la perla dell’iride artigliato da Prost dopo la discussa squalifica dell’asso brasiliano avvenuta per il noto taglio di chicane in Giappone. La vettura stazionava qui da noi il giorno del vernissage”.
La MP4-5 cui Gori fa riferimento apparteneva allo stesso Ayrton, del quale adesso rimane la splendida MP4-7 numero 1 vittoriosa nel Gran Premio d’Italia del 1992. “La monoposto è quella che Senna seppe portare al successo a Monza nel ’92 – ribadisce Gori – perché si trova nel nostro showroom? Semplice, come ho evidenziato la monoposto disegnata da Oatley, favorita dagli stop delle Williams di Mansell e Patrese, espugnò Monza davanti alle Benetton di Brundle e Schumacher col risultato di attribuire un significato particolare al Gran Premio che si disputa a meno di venti chilometri dalla città della Madonnina. Preciso che ogni showroom McLaren presente nel mondo si fregia dell’onore di esporre una monoposto schierata in F1 dalla compagine di Woking”. La mente corre per un attimo agli stabilimenti del Surrey, vera e propria mecca per ogni appassionato di corse e in particolare del brand McLaren, quando Gori ci invita a sincerarci personalmente della possenza del pacchetto MP4-7 provando a far rotolare una ruota avvinghiata agli originali pneumatici Goodyear. Il peso si avverte subito mentre lo pneumatico dà l’impressione di spostarsi svogliatamente di pochi millimetri! Uno sguardo all’angusto abitacolo che un tempo ospitò i sogni e le speranze di Ayrton, alle cinture griffate Sabelt, al volante minimal rispetto alle avvolgenti cloche dei giorni nostri, a quel nome e a quella bandiera verdeoro, stampati in alto a destra nella zona dell’airscope, il tutto per ricevere in regalo un tardivo quanto acuto sussulto: Senna, Brasile. Cinque lettere e una bandierina sulla scintillante vernice bianca possono risvegliare echi e frequenze di nitida memoria.
“For McLaren, the pursuit of driving perfection means defying convention”. Il pieghevole finemente illustrato consegnato dal sales manager di McLaren Milano esalta nelle prime pagine una concezione della vita e della competizione che pare quasi trarre ispirazione dal lungo e fruttuoso matrimonio di Ayrton con la McLaren. “Driven to perfection”, o se preferite guidare fino a raggiungere la perfezione immergendosi in una sorta di tunnel esclusivo capace di immunizzare da irritanti sbavature, rappresentava la sintesi forse preferita da O Rei della velocità per definire le emozioni e gli obiettivi segretamente covati da un moderno cavaliere del rischio. L’eterno connubio agonistico Senna-McLaren, ridda di trionfi congiunti e principio genuino di epiche battaglie, non prescinde dall’attuale filosofia dei vertici di Woking.
Ermanno Frassoni (testo e foto)
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