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Quando illecito fa rima con pericolo: il doping infetta anche le corse? Gli esperti del Driver Program Center di Forlì: “Negli Usa controlli più severi che in Europa”

Meglio di gran lunga gli estratti alla carota e le compresse al mirtillo assunte nelle ultime stagioni da diversi piloti della massima serie per monoposto durante il fine settimana in notturna del Gran Premio di Singapore. Secondo i preparatori atletici e i mental coach delle squadre, infatti, questi semplici accorgimenti nell’alimentazione migliorerebbero l’acutezza visiva e il grado di concentrazione dei drivers, impegnati a trovare il delicato compromesso tra le luci artificiali e i muretti di contenimento nell’arco delle 61 tornate di una gara massacrante sotto il profilo fisico e psicologico anche a causa del caldo torrido di stanza sullo scenografico Marina Bay Street Circuit.
E’ di poche settimane fa la notizia, diramata con la velocità e la discrezione di un fulmineo tweet irradiato dai principali network dedicati all’automobilismo sportivo, che riporta di un Tomas Enge, al via di 3 Gran Premi in F1 nell’ormai lontano 2001, colto in fallo sul fronte antidoping per la seconda volta in carriera dopo il noto episodio del 2002 capace di costargli la revoca di un titolo FIA conquistato sul campo. Il ricorso a sostanze più o meno illecite non suona certo alla stregua di una novità nell’ambito del motorsport, sebbene il bilancio complessivo risulti tutto sommato a favore dei piloti complice la scarna letteratura proposta in merito da un fenomeno decisamente inflazionato in altre discipline quali ad esempio atletica e ciclismo.
Una piaga difficile da debellare che pianta le sue radici agli albori del secolo scorso, quando persino l’asso dal passaporto tedesco Hans Stuck, orgogliosa bandiera dell’Auto Union in grado di guadagnarsi il soprannome di Bergkönig (re delle montagne), e il nostro Achille Varzi, si affidarono a medicinali dopanti per potenziare il tandem rendimento fisico-prestazioni nella speranza di sconfiggere dolore e fatica.
In epoche recenti hanno catalizzato l’attenzione le vicende ‘made in Usa’ dei vari Aaron Fike, Kevin Grubb, Shane Hmiel, Jeremy Mayfield e AJ Allmendinger, piloti dell’universo Nascar finiti sotto la lente d’ingrandimento dell’antidoping, senza dimenticare l’insolito caso dei due membri della pit crew del team Earnhardt-Ganassi accusati addirittura di traffico di droga. Emblematico il triste epilogo offerto da Grubb, fratello minore di Wayne, anch’egli driver della Nascar, che la mattina del 6 maggio 2009 è stato trovato morto in un motel della Virginia dove aveva deciso di spararsi un colpo di pistola alla testa. A 31 anni e con alle spalle un’esistenza segnata dallo spettro del doping.
Prese le mosse dal test fallito di Enge, che ha impiegato alcuni anni per ricostruirsi una reputazione di pilota credibile salvo poi rimettere tutto in discussione dopo essersi inserito nella lista dei top driver GT, e da un aspetto sgradevole e truffaldino delle corse di cui però si parla forse troppo poco, MotorInside si avvale della collaborazione di due esperti proponendo un’intervista a Stefano Elia ed Emiliano Maraldi del Driver Program Center (www.driverprogramcenter.com) di Forlì specializzato in consulenza sportiva e nella preparazione fisico-mentale di giovani prospetti intenzionati a crescere, umanamente e agonisticamente, con quel mix di dedizione e sacrificio divenuto imprescindibile per assurgere ad alti livelli.
I test antidoping vengono normalmente eseguiti nelle varie categorie dell’automobilismo sportivo? A vostro modo di vedere, con quali modalità e riscontri?
“No, non vengono eseguiti in tutte le categorie. Quando succede sono “leggeri” perché prevedono solo i test delle urine e mai i test ematici. Un discorso a parte lo merita la F1, dove probabilmente, anche a causa della posta in palio, si organizzano controlli più severi”.
Quali sono le principali sostanze o gruppi di sostanze proibite che non permetterebbero a un pilota di risultare negativo al test?
“Alcuni eccitanti come cocaina e amfetamine, l’eritropoietina per avere maggiore resistenza (di qualsiasi “generazione” sia). Possiamo aggiungere all’elenco gli ormoni come il testosterone e tutte le sue imitazioni che aiutano molto per la sopportazione della fatica e l’aumento di resistenza e forza ma che sarebbero, oggi, facilmente rilevabili con un banale test delle urine”.
Nelle ultime settimane ha tenuto banco il caso Enge. Squalificato per marijuana nel 2002 in F3000 Internazionale e privato del titolo, quindi riammesso e di nuovo positivo al test antidoping successivo al round del Mondiale GT1 tenutosi in Spagna sul circuito di Navarra lo scorso 27 maggio. Il pilota ceco, visto in F1 sulla Prost nel 2001, si è difeso adducendo motivi di salute: cosa ne pensate della lettura offerta da Tomas?
“Il problema di fondo è uno solo: tutti gli atleti trovati positivi al test antidoping sostengono sempre che i farmaci assunti sono stati presi dietro consiglio medico per curare determinate malattie. Ovviamente la vicenda di Enge non può non rientrare in questa casistica”.
In merito al primo stop imposto a Enge dopo la positività alla marijuana, possiamo affermare che a un pilota è sufficiente fumare uno spinello per entrare nella lista dei dopati?
“Sì, fumare uno spinello equivale a fallire il test antidoping. Va però sottolineato che una sostanza come la marijuana non aiuta lo sportivo in nessun tipo di prestazione”.
Tenuto conto delle problematiche legate allo sport dell’automobile, ritenete che le performances complessive di un pilota possano in qualche modo migliorare in presenza di determinate sostanze nel sangue?
“Sicuramente sì”.
Esistono prodotti in grado di incrementare il livello delle prestazioni pur restando nell’ambito del lecito?
“Di integratori consentiti ne esistono, anche se non compiranno mai i miracoli dei farmaci dopanti”.
Nel recente passato, la positività alla marijuana e all’eroina ha messo nei guai alcuni piloti e addetti ai lavori della Nascar. Perché, a vostro parere, Enge a parte, la piaga del doping sembra aver sedotto le competizioni Stock Car e i drivers Usa in particolare, mantenendo invece tonalità sfocate in Europa?
“Le sostanze che hanno preso taluni piloti di nazionalità statunitense sono usate anche dagli europei. Negli Usa sono solo un po’ più severi che in Europa. Bisogna tuttavia precisare che marijuana ed eroina vengono assunte per “distrarsi” e non per migliorare il rendimento atletico. Probabilmente qualche driver d’Oltreoceano, fuori dalle competizioni, decide di farne uso per altre ragioni che esulano dal mondo dello sport”.
Cosa ne pensate della pratica di reinserimento degli atleti coinvolti in un episodio di doping come avvenuto nei casi di Enge nel Vecchio Continente e di Hmiel negli Stati Uniti?
“Ogni punizione deve prevedere la possibilità di un “perdono”, altrimenti non avrebbe senso attribuirla. Se poi l'atleta persevera col doping... beh, in questo caso allora è diverso”.
Di sostanze dopanti in F1 se ne è sempre parlato con il massimo riserbo. Ricordo però una copertina di Autosprint del 1976: Hans-Joachim Stuck, figlio di Hans, aveva deciso di testare gli effetti di una pillola bocciandone l’utilità (“l’ho provata ma non serve”, la sua analisi). Perché, oggi, di test antidoping in F1 se ne sente parlare ancora meno? Si tratta di un fattore marginale o qualcuno sta sottovalutando il problema?
“Crediamo che in F1 i piloti non ricorrano al sotterfugio del doping. I test condotti, inoltre, sono abbastanza severi. Che dire di Stuck... è stato un buon driver, mai un campione. Era abilissimo sul bagnato ma non sarebbe diventato campione del mondo neanche ingurgitando un intero bottiglione di testosterone! Anche perché in quel periodo, in F1, la forbice tra i drivers affermati e quelli che comunque prendevano parte ai Gran Premi risultava più ampia di oggi”.
Alcuni mesi fa ha destato scalpore la decisione del Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, in Svizzera, che ha ridotto a 18 mesi il periodo di squalifica, inflitto a un kartista polacco dodicenne all’epoca dei fatti contestati, in quanto il provvedimento iniziale FIA era stato ritenuto “eccessivo e sproporzionato”. Il ragazzino era stato trovato positivo alla niketamide dopo una gara svoltasi in Germania. Qual è, a vostro giudizio, l’approccio giusto in situazioni che vedono al centro delle cronache dei piloti minorenni?
“Un minorenne va innanzitutto tutelato. È sacrosanto dare una punizione, ma anche fornirgli la possibilità di redimersi e di tornare a competere. Sarebbe errato condannare a vita un ragazzo che, forse nemmeno per sua iniziativa, ha assunto sostanze dopanti”.
Come affrontate l’argomento doping nel Driver Program Center di Forlì con i ragazzi attratti da una carriera nel motorsport?
“Con i ragazzi facciamo primariamente informazione, ovverosia spieghiamo che la strada per diventare dei piloti professionisti è lunga e ricca di insidie. Detto questo, cerchiamo di inculcare loro che mai e poi mai devono lasciarsi attirare da scorciatoie illegali o antisportive. Insegniamo a vivere da atleti, senza trascurare l’allenamento fisico-mentale e quello posturale, osservando quindi una corretta alimentazione e utilizzando i giusti integratori. Le nostre direttive sono basate sul duro lavoro, programmato e organizzato nei modi e nei tempi opportuni”.
Ermanno Frassoni
























